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Molì
cuore
ribelle
“If
there’s a secret in my paintings
it can be the following: in my portraits,
in my profiles, in all my paintings,
especially in my juvenile ones,
I have described faces, people, animals
just by painting their features,
by copying their traits, always in the
effort of digging into their hearths,
always with the intention of drawing
out the most hidden and secret part
of their souls”.
Trasandato, distratto, “per niente
avvezzo alle
regole e ai protocolli comportamentali”, sfuggente,
solitario. Sono questi solo alcuni degli
aggettivi che potrebbero definire Domenico
Molinari, il pittore natio di Laurenzana, la cui
personalità e produzione artistica, continuano ad affascinare
i critici e gli appassionati d’arte di mezza Europa.
Dal suo atelier di Montmartre,
a Lugano, a Roma,
Molinari ha venduto ed esposto le sue tele un po’ ovunque,
ma soprattutto sulla strada, dove i passanti ed i turisti
acquistavano i suoi lavori permettendogli così di sbarcare
il lunario.
Era infatti partito da Laurenzana con
i soli soldi
del biglietto ferroviario con destinazione Firenze, dove
poco più che diciottenne conoscerà il fascino e la durezza
della vita di strada. Qui vende i quadri, vive di espedienti,
occupa una casa diroccata di proprietà del comune,
mette su una bottega d’arte che finirà in fiamme per
aver dimenticato la stufa accesa.
Eppure nonostante le esperienze gli
abbiano solcato
il volto, e la vita travagliata gli abbia portato via un po’
del suo naturale “smalto”, basta guardare in quegli azzurri
o incontrare il suo sguardo lucido e tagliente, per
capire che Molì, è questo il suo nome d’arte, non è ancora
riuscito a domare la sua natura inquieta ed il suo
cuore ribelle.
Autodidatta fin dalla tenerissima età,
Molì, ha iniziato
a dipingere utilizzando materiali e colori reperiti nella
falegnameria del padre, apprezzato artigiano del legno.
Dopo aver scoperto la sua vocazione osservando in età
infantile delle stampe delle acqueforti di Dürer, il giovane
di Laurenzana inizia attraverso la pittura ad analizzare
il mondo circostante ed i meccanismi che lo muovono,
mai completamente definiti ed accettati.
Ritiratosi prematuramente da scuola,
isolato perché
diverso dai suoi stessi compagni, il giovane Molì inizia a
dipingere la natura, gli animali, gli uomini e le donne di
quella civiltà contadina alla quale riesce a dare una nuova
luce facilmente riscontrabile nei tratti, nelle pose, negli occhi e
negli stessi volti di quei contadini. Sono volti
rugosi, bruciati dall’arsura dal caldo, consumati dal duro
e quotidiano lavoro nei campi. Sono cavalli e galline e
cani, e donne e bambini colti nell’attimo in cui mostrano
la loro immagine più vera, “in quella frazione infinitesimale
di tempo nella quale ognuno si sente un tutt’uno
con la natura e l’universo”.
È questa l’eredità che Molì ha
lasciato alla sua terra,
delle bellissime istantanee di una civiltà legata saldamente
alla natura ed ai suoi cicli vitali, ritratta tra messi
lussureggianti o nella quiete serafica delle abitazioni.
Con la chiamata al servizio militare
però Domenico
Molinari abbandona la sua terra e dà l’avvio al grande
viaggio che lo vedrà peregrinare ora in Italia ora all’estero,
alla ricerca del mitico Eldorado. Con pochi spiccioli
nelle tasche, approda a Firenze, la città d’arte per antonomasia,
dove si ammala però di broncopolmonite. È lo
stesso padre a riportarlo a casa. Presto però Molì sarà
di nuovo in strada, lo vedremo prima a Roma, poi a Parigi,
dove continuerà a vendere i suoi quadri a passanti e
turisti. Tra questi un ricco mecenate gli commissiona dei
lavori e lo invita a trasferirsi in America.
Eppure raggiunta New York il
giovane artista si ritrova
a vivere in un’angusta stanzetta di tre metri per tre
dove avrebbe dovuto realizzare i suoi lavori mediante
l’utilizzo di una vernice acrilica a spruzzo, dannosa per
la sua stessa salute.
Tornato nuovamente alla macchia
“tramutò, così
come aveva fatto con il francese, il suo dialetto in inglese e
fu di nuovo tra i bassifondi, tra i dimenticati, gli sconfitti” e
gli emarginati. “E come per i contadini della sua infanzia -
scrive Roberto Zito, curatore della pubblicazione “Sulle
strade della Poesia… Viaggio nell’opera pittorica di
Domenico Molinari” - anche quello spaccato di società divenne il
soggetto ossessivo dei suoi quadri e di quel suo
particolarissimo linguaggio fatto non di parole, ma di segni
e di materia trasformata in forma”.
Eppure l’arte continuava a non pagare,
bisognava dunque
trovare un compromesso. “E questo compromesso
Domenico Molinari - ha scritto Roberto Zito - lo ha cercato
e trovato in un’idea che, semplice e scontata è risultata
innovativa e geniale. Egli ha pensato a dei quadri che
fossero delle sculture, dei bassorilievi facilmente riproducibili”.
Ritornò di nuovo a Parigi con questa
nuova idea che
gli frullava per la testa, e qui a Montmartre la nuova tecnica,
subito individuata con il nome di “sculpturalisme”
non tardò a dare i suoi frutti. I suoi lavori colpivano l’osservatore
e soprattutto si vendevano con facilità, quel travagliato periodo di
ristrettezze economiche stava ormai
per concludersi.
Molì acquista allora due locali, un
vecchio negozio
per la vendita del carbone e la vicina caffetteria. Insieme
al fratello inizia la ristrutturazione dei locali che nel
giro di poco tempo si trasformeranno in un atelier e in
un ristorante chiamato “Le Dürer”, in onore del famoso
pittore francese, che presto diventerà uno dei punti
di ritrovo più frequentati di Parigi.
Eppure nemmeno questo sembra essere
importante
per Molì, provvederà infatti a darlo subito in gestione
per tornare a dipingere, a creare, a vivere in strada.
Come una specie di albatro “deriso dai gabbieri”, il pittore
lucano dotato in egual modo di genio e sregolatezza
continuerà la sua vita da bohemienne, per tentare di
saziare quello spirito indomito che ancora ruggiva perché
non pago.
Dalla strada alle tele, dalla piccola
fucina di Montmartre
alle grandi metropoli, dalla miseria alla fortuna
più sfacciata, Molì ha sempre osato, sfidato la sorte, investito e
perso anche cospicue somme di denaro, ma
è sempre riuscito a rimanere a galla, ad andare avanti,
a vivere a modo suo, senza orari, senza abitudini, senza
consuetudini.
Oggi Molì dispone di un proprio
atelier in via Andrè
Barsacq a Montmartre, il ragazzo di Laurenzana partito
con tre mila lire in tasca per il servizio militare ne ha
fatta di strada, ma come nel suo giovanile autoritratto
il suo sguardo intenso, sembra scrutare ed interrogare
l’universo, e ancora oggi come allora non riesce a celare
quel non so che di inquieto che traspare dai suoi occhi
chiari. E in tutta la loro grandezza i contadini di Molì,
con i loro volti rugosi, continuano a vivere attraverso i
suoi quadri.
Ivana
Infantino |