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Ouvrage
par Roberto Zito.
Iniziativa promossa e patrocinata da:
Comune di
Laurenzana
Banca di Credito Cooperativo di Laurenzana
Domenico Molinari è nato a Laurenzana (PZ), un
piccolo centro della Basilicata, il 21 Ottobre 1947. Autodidatta, fin
dalla tenerissima età ha iniziato a dipingere utilizzando materiali e
colori reperiti per lo più nella falegnameria del padre; Vito Molinari,
apprezzato artigiano del legno.
La sua vocazione artistica lo
ha portato da sempre ad avere un carattere irrequieto che ha contribuito
in modo determinante a condizionare tutte le scelte della sua vita.
Egli ha scoperto la sua
vocazione osservando, piccolissimo, delle stampe di acqueforti di Dùrer e
da allora quel percorso intrapreso sembra non essersi mai fermato
portandolo attraverso la pittura ad analizzare, in una continua evoluzione,
l’universo che lo circonda ed i meccanismi che lo muovono mai
completamente definiti ed accettati.
Fino all’età di diciotto anni
Domenico Molinari è rimasto a Laurenzana, luogo spesso ricorrente nei suoi
primi dipinti insieme a figure che rappresentano le persone a lui più care
e che nei tratti già lasciano intravedere la genialità del segno e la
grandezza espressiva della sua pittura che pare sprigionarsi da una forza
sconosciuta e superiore e che diventa gesto vitale e necessario come lo
stesso battito del suo cuore.
In
seguito a questo periodo egli ha iniziato un lungo peregrinare che lo ha
portato in molte città italiane come Napoli, Roma, Firenze e poi a Parigi
ed in America, dove ha vissuto per circa due anni nella città di New York,
per poi stabilirsi, infine, definitivamente a Parigi sulla collina di
Montmartre, dove attualmente vive e lavora. Poco avvezzo alle corporazioni
ed ai “mestieranti dell’arte” ha sempre evitato le frequentazioni di certi
ambienti pagandone le conseguenze che specie all’inizio lo hanno portato a
vivere finanche di piccoli espedienti ma che in fondo oggi rendono ancor
più forte e vitale le sue opere e non meno interessante la sua stessa vita.
Molì
D.
Molinari
Montmartre
I
Solo noi...
i pazzi, i poeti, gli artisti,
sappiamo riconoscere la voce del vento/
l’alito che s’innalza in un vortice e
sospinge
l’anima tra cielo e terra.
Solo noi,
gli ultimi della classe,
possiamo perdonare il nostro cuore
traboccante
che non sa amare e non può
o non vuole
ripagare il dolore di chi
prodigo di tenerezza
ci resta accanto nella vana speranza di
attutire
una caduta.
Noi...
che fuggimmo di notte...
incuranti di quelle mani che dai vetri
di una finestra
s’aprirono e s’alzarono in segno di
saluto e che
in un attimo
vedemmo sfiorire come rosa recisa.
Ma cosa resta oggi,
cosa ci resta di quel vento oggi,
se non quegli sguardi impietriti
e quelle mani dietro un vetro.
Cosa ci resta oggi
(amico mio)
se non la coscienza di un legittimo
dubbio che è
proprio di chi
spinto da una forza sconosciuta
continua la sua corsa e nel contempo
rimane al palo
timoroso d’aver la strada sbagliata
imboccato...?
II
Dagli stessi uscii
vennero fuori sapienti e buoni...
virtuosi che si diedero alla vita
con la pazienza di chi
(delicato)
intaglia un giglio nel legno di un
acero...
e più in là
(solo un passo più in là)
aguzzini malvagi il cui sorriso non s’è
mai
infranto
(se non nel nostro più recondito
desiderio)
in un ghigno di dolore.
Non riposano forse quei virtuosi e quei
malvagi
oggi
nella stessa terra consacrata...?
Non siedono alla stessa tavola di un
padre che
non distingue i suoi figli...
i primi più degli ultimi dimenticati
nel fondo del
cuore degli uomini...?
Dovemmo imparare a nostre spese
quanto crudele è il mondo...
accusare sulla nostra pelle gli sbagli
di un Dio
che
per errore o distrazione
plasmò la vita ingabbiandola in un
circolo terribile.
Un lupo che mangia l’agnello / un fiore
che ben presto
perisce e che rigenera
sui suoi resti
un nuovo germoglio / il forte che
prevale sul debole /
il ricco sul povero / il bello sul
brutto / il potente sull’uomo
della strada ...e questa morte che non
fa distinzioni
e tutto accomuna.
Dov’è la perfezione
(utopia agognata)
di questa natura da noi
così tanto decantata...?
III
Un urlo
si alza da quella collina...
dalle fondamenta di un’antica
cattedrale
attraversa la piazza e si spegne in
traiettorie
impazzite.
E’ il grido di un sentire anarchico
che raccoglie in un pugno le idee e le
lancia
(come dadi)
sul panno sporco della storia...
il rantolo di un cane randagio poco
avvezzo
ai padroni e mille volte deriso e
schernito da
quanti
(troppo presto paghi)
in un guscio di noce hanno trovato la
pace.
Non si costruiscono ricchezze e
fabbriche sui sogni...
non si riempiono i granai con i
pensieri di chi
(in contrattempo)
rifà il verso alla voce afona di una
massa univoca.
Chi mai potrà comprenderci...
mio così simile e sventurato compagno?
Chi potrà,
una sola sillaba di questo nostro
parlare,
condividere e far propria...?
IV
Per questo ho pianto...
per te, per me, per quelli come noi...
per chi
(di sua spente o chiamato dal destino)
tra l’avere e l’essere, la seconda
strada ha imboccato.
Ho pianto per noi e per chi
(più dei suoi stessi occhi)
ci ama.
Ma a giorno fatto
nella brezza azzurrognola di un giorno
appena nato
(tra la nebbia che avvolgeva l’antico
convento)
ho rivisto il sorriso di mio padre e
del tuo...
Un giorno non lontano li ho rivisti ed
ho compreso
(finalmente)
che non si vive invano.
Non è vano cercare un percorso...
tracciare con la spatola un segno rosso
sulla tela...
aprire uno squarcio con un tratto di
matita
ed involare il cuore
(il loro ed il nostro)
al di là di un orizzonte.
di Roberto
Zito |
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Roberto Zito
Un giorno a
Montmartre in compagnia di
Molì |
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Parigi, 14 Settembre 2002
Nel mezzo della scalinata che si arrampica alla
collina di Montmartre, alla 30 Rue Andrè Barsacq, è ubicata una
“strana” bottega che in tutto ricorda gli angusti ateliermaison degli
artisti di una Parigi anni ‘40.
Appena dentro il mio amico Molì mi accoglie con un
sorriso ed una strana sensazione mi assale nel mentre mi sovviene alla
mente la differenza, neanche troppo sottile, che pure intercorre tra
il caos ed il disordine. Bidoni di colori e d’olio sono dappertutto.
Sui tavoli pennelli ed arnesi si confondono agli
avanzi di cene consumate in fretta e più in là un letto perennemente
disfatto ben sintetizza l’aspetto più pratico ed assai meno romantico
del vivere in solitudine.
Il compressore sporco di vernice pare un’arma
ancora fumante ed alcuni quadri, da poco ultimati, posti in un angolo
ad asciugare mi rimandano un’immagine non dissimile da quella prodotta
dai peperoni essiccati o delle mele cotogne lasciate a maturare nelle
misere case dei contadini del nostro sud.
(Richiedono in fondo le stesse cure e lo stesso
amore il buon cibo ed il fare arte).
L’odore di vernice e di resina dà una luce irreale
a quella scena e per un istante, per un istante solamente, chiedo al
mio cuore di non muoversi, di restare in silenzio ed è come ritornare
bambino tra i banchi di scuola con il profumo dei libri ancora
“freschi” di tipografia ed uno strano tremolio che mi attraversa le
mani.
Ma la voce del mio amico mi scuote ed in breve
siamo già fuori, mescolati alla gente, tra i cavalletti e le stampe e
i turisti nella piccola Piace du Tertre.
Da lì in taxi fino all’Opèra e poi di nuovo a piedi
fino al Louvre ed al di là della Senna, al Quartiere Latino. Questa
sera egli è il mio cicerone e nel mentre lo seguo, appena un passo più
indietro, non posso non pensare alle altre nostre passeggiate nei
vicoli del nostro piccolo villaggio nel Sud dell’Italia o sulle sponde
arse e pietrose del fiume Camastra.
Altra vita scorre in queste strade, altro sentire.
E’ un crogiuolo di razze, di lingue e di colori
questo angolo d’Europa, brulicante come un alveare, avvolto nel suo
rumore ovattato e nelle mille luci della sera che si perdono in
lontananza.
Accaldati ed entusiasti abbiamo percorso in lungo
ed in largo questo enorme palcoscenico ed infine, quasi senza renderci
conto, siamo di nuovo a Montmartre, nel villaggio quartiere, sul
tetto più alto della Città che ci appare già lontana e diversa.
Il Cabaret de la Boheme a quest’ora è quasi deserto,
i tavoli all’esterno, ben allineati, paiono attendere paganti per un
nuovo spettacolo che di lì a poco andrà a ricominciare.
Appena fuori dalla Chiesa di Saint Pierre, dopo una
breve visita, osservo il mio amico già comodamente seduto dall’altra
parte della piazza ed in quella scena, nella stessa sua posa ritrovo
alcuni tratti di una vecchia foto icona di Jacques Prévert ripreso da
Robert Doisneau.
Poco dopo due ragazze gli si avvicinano e lo
salutano. Noto che delle due, una ben lo conosce.
Ha gli occhi e i capelli di un nero lucido e la
pelle ambrata che avvolta nel velo rosso del suo abito da scena ben
denota la chiara origine Araba.
Quando li raggiungo si sono sedute a loro volta e
dai discorsi che fanno riesco appena ad intuire che hanno da poco
concluso il loro spettacolo da strada e che hanno bisogno di
riprendere fiato prima di ricominciare. Visti da vicino quegli occhi
sono ancora più belli ed i tratti di quel viso richiamano la pace
delle oasi nei deserti infuocati.
Nel presentarsi, l’altra mi spiega, in un italiano
alquanto stentato, che ha trent’anni, è una scultrice e viene dalla
Germania.
Da circa tre mesi è a Parigi e per sopravvivere
collabora a quello spettacolo che la sua amica porta avanti ormai da
anni.
Mentre mi parla io resto in silenzio e la osservo
nel suo abito da clown Augusto con la sua pelle chiarissima ed i
capelli biondi e rossicci, colorati dal sole.
E’ come avere di fronte le opposte facce di una
stessa medaglia; due opere differenti e distanti, eppure cosi bene
amalgamate fra loro.
L’una sembra venir fuori da un quadro del Rossetti
preraffaellita e l’altra pare dipinta dalla mano passionale del
Caravaggio e quando glielo dico entrambe sorridono ed i loro denti
luccicano come diamanti riflessi nelle luci della piazza semivuota.
Il mio amico Molì mi guarda affascinato lui ha
sempre apprezzato le mie doti oratorie e da “ciarlatano”
ed i suoi occhi compiaciuti mi ricordano quella
stessa furbizia e quella stessa lucida curiosità riscontrata nel suo
autoritratto dipinto circa trent’anni prima.
E’ stranamente loquace e non mi ci vuole molto a
far scivolare i nostri discorsi sull’arte e sulla sua “inutile utilità”.
Non è poi così difficile parlare d’arte dinanzi
alla bellezza.
Inizio col dire del perché amo fermarmi ai tavoli
dei Caffè e di come riuscirei a stare per ore ad osservare le persone,
a scrutarne gli atteggiamenti ed ogni loro più piccolo movimento.
Invito gli altri a guardare verso una coppia che si
appresta a terminare la piccola salita che sbocca dal “Sacro Cuore” ed
a spiarne per qualche attimo le mosse.
Sono due giovani stranieri, giunti fin quassù, più
che per propria curiosità, spinti ed obbligati da quel “maledetto”
percorso tracciato dalle Guide Turistiche.
Tra loro quasi non si parlano e ad ogni passo
tirano un’infinità di scatti fotografici con l’illusione di imprimere
su carta Kodak cose e luoghi e sensazioni che, non provate, prima
ancora di domani saranno già dimenticate. Essi guardano senza vedere e
neanche lontanamente conoscono il fascino celato nelle immagini,
elaborate e
mai completamente rispondenti al vero, create dai
ricordi.
Visitare un luogo, respirarne l’aria, analizzarne i
colori, le luci, i particolari non è che un aggiungere immagini alla
nostra memoria.
Mi di lungo nel dire tutto questo ed ancor più nel
sottolineare la magnifica sensazione che provo nell’incrociare un viso
per strada; nella piacevole ebbrezza che si prova nel perdersi nello
sguardo di una sconosciuta la cui immagine rimarrà per sempre nostra
neanche lontanamente verosimile eppure inimitabile ed ineguagliabile e
mentre lo faccio gli altri mi guardano interessati dimenticando il mio
invito precedente e perdendo di vista quei due ragazzi sul dosso della
salita che in breve sono già spariti al di là della cancellata della
piccola Chiesa. Molì mi dice che lui non ama osservare gli uomini li
considera inutili e per certi aspetti superflui piuttosto passerebbe
ore tra gli animali che considera degni di ogni rispetto ed illuminati
da quella sacra fiamma che definiamo “anima”.
Ci racconta dei suoi quadri e della necessità di
renderli “vivi”.
Si addentra nella sua vita come stesse parlando di
qualcun altro ed ogni sua difficoltà vissuta o determinata da quel
continuo andare controcorrente pare il frutto di una “penna proficua”
piuttosto che cruda realtà.
L’arte non è per lui un semplice esercizio
concettuale e la modernità non deve necessariamente disconoscere tutto
ciò che l’ha preceduta.
In una strana ed inspiegabile percezione egli
accomuna un’opera d’arte al senso più alto ed inestricabile dei
misteri legati alla vita ma soprattutto intuisce che essa per essere
davvero tale deve vivere di luce propria ed avere nel contempo tratti
e segni ben riconoscibili da parte di chiunque si ponga ad osservarla.
Inutile perdersi in spiegazioni e calcoli contorti:
un’opera d’arte non consente analisi logiche e, come la vita, non è
completamente decifrabile, altrimenti non sarebbe più tale.
Quest’ultima sua espressione mi riporta alla mente
un’aforisma di Oscar Wilde “...meglio vale godersi una rosa che
esaminarne la radice sotto il microscopio...” e nel mentre ci
penso assumo un’aria dotta che non mi appartiene e nel tentativo di
dare una giusta conclusione a quella discussione mi rivolgo al resto
della compagnia e declamo, ad alta voce ed andando a memoria (io che
a volte neanche ricordo la taglia dei miei pantaloni) ciò che Amedeo
Modigliani disse, insieme ad un no sdegnato, a Severini quando questi
gli sottopose il pirotecnico manifesto Futurista per avere la sua
firma: «. . .voi volete gettare le bombe nei musei e io, che nei musei
ho consumato non so quante paia di scarpe, dovrei darvi il mio
sostegno? Dovrei distruggere le opere dei grandi maestri del passato?
D’accordo, sono del passato e uno che oggi
dipingesse le madonne di Raffaello farebbe ridere, ma i nostri quadri,
a petto dei loro, sono degli aborti, te ne sei reso conto o no?...».
Quella frase mi piacerebbe urlarla e sbatterla in
faccia ai “ tuttologi “che occupano la scena, ai maledetti figli di
puttana, mercanti senza cuore e neo teologi che riempiono di concetti
astrusi il “vuoto”.
Ma non ho né la forza né la voglia di farlo,
semplicemente mi limito a dare corpo ai miei pensieri dinanzi a quelle
fanciulle quasi sconosciute che forse neanche comprendono
compiutamente quel che dico ma che in fondo mi offrono una tregua con
il loro sorriso ed il loro sguardo affascinato.
L'anziano cameriere, con un garbo che sa d’antico,
ci chiede di saldare il conto s’appresta a terminare
il turno e vuole lasciare le cose in ordine al
collega che prenderà il suo posto .
Ne seguiamo l’invito ed una volta in piedi le due
ragazze ci salutano affettuose ed in un attimo le vediamo già sparire
nel fondo della piccola piazza, con il loro carretto grondante di
nastri e cappelli e nasi finti e giacche arlecchinate.
Lentamente ci apprestiamo anche noi ad andare ed
una volta sul ciglio della scalinata che ci ha portato fin qui ci
fermiamo un attimo e respiriamo l’aria della notte che pare salire dal
basso e stagliarsi, fresca e limpida, sui nostri volti.
Alcuni ragazzini accaldati giocano ed improvvisano
uno scivolo con dei cartoni plastificati, lasciandosi cadere come
furie lungo le pendenze al di là dei corrimano.
Io li osservo dall’alto e nei loro occhi ridenti,
nelle loro grida ritrovo la medesima incosciente spensieratezza di
quelle piccole pesti che si cimentano, con pari spavalderia, nelle
sere d’inverno ed in quello stesso gioco spericolato alla salita del
vecchio Cinema Sansone.
Il mio amico Molì mi guarda e mi sussurra:
guarda quei piccoli demoni... non ti
ricordano forse Rocco Biancone?
ed io annuisco senza parlare mentre penso al mondo,
variegato ed immenso, ma per certi aspetti uguale dappertutto.
Nello scendere verso Pigalle ripassiamo davanti
all’Atelier e nella vetrina ancora illuminata, tra i quadri ed il
resto, scorgo alcune copie del libro che abbiamo da poco pubblicato ed
ancora una volta annuisco e sorrido tra me, ripensando alla vastità
del mondo ed alla nostra piccola Laurenzana, approdata in qualche modo
fin quassù. Siamo entrambi stremati, ma appagati e felici.
E’ stato un buon giorno anche se domani dovrò
ripartire.
In fondo alla discesa il taxi che mi riporterà in
albergo è già pronto ed una volta dentro mi giro un attimo ed in uno
sguardo di commiato ritrovo il mio amico, quel mio compagno e fratello
già lontano; immobile sul bordo del marciapiede che mi saluta con un
gesto della mano.
La scena mi ricorda il finale di un vecchio film di
Luc Besson e forse quest’intero giorno altro non è stato che il frutto
di un sogno.
Dev’essere, in fondo, davvero cosa diversa la vita.
Ma va bene così sono stanco adesso e non ho voglia
di pensarci .
Quando mi rigiro, mi rannicchio su quella mia
leggerezza, chiudo gli occhi e quasi m’addormento nel taxi che
galleggia nelle luci delle vetrine e che pare inghiottirmi nel buio
della notte.
Domani si vedrà, domani mi sveglierò e forse
penserò a tutto il resto.
Roberto Zito |
| Roberto Zito, Laurenzana, 30 Giugno 2002. |
Fin dalla tenerissima età Domenico Molinari ha scoperto la sua vocazione per l’arte.
Aveva infatti poco più di sei anni quando per la prima volta si imbatté in alcune stampe che riproducevano delle acqueforti del Dùrer e già da allora sentì chiaro quale sarebbe stato il suo futuro e cosa la vita gli avrebbe riservato.
Più volte si soffermò su quel foglio rinvenuto per caso, più volte tornò su quella figura (la morte a cavallo) che lo impressionava ed affascinava nel contempo ed in quel gesto ossessivo e ripetitivo in fondo già sentiva la pittura come mezzo a bui più congeniale per comunicare e trasmettere quanto di più importante avesse nell’animo. L’essere chiamati ad una vocazione, lo scoprirsi “diversi” non è davvero, così come percepito nell’immaginario collettivo, un privilegio, anzi nella gran parte dei casi questa condizione determina un malessere, un andare controcorrente che pone l’artista in continua contrapposizione con il resto dell’umanità e delle persone che lo circondano.
Ed a questa regola egli non è certo sfuggito se solo pensiamo al suo prematuro ritiro dalla scuola, avvenuto prima ancora di aver conseguito la licenza media, ed ai suoi racconti giovanili che ci rimandano l’immagine di un incompreso, di un ragazzo isolato ed emarginato soggetto alla stupida crudeltà dei coetanei ed al giudizio ottuso di una piccola comunità che non accetta compromessi con chi ha l'ardire di guardare appena più in là di un orizzonte precostituito.
Malgrado ciò Domenico Molinari ha continuato per la sua strada ed è proprio a quel periodo giovanile che dobbiamo parte debba sua produzione artistica più significativa.
Privo di mezzi sofisticati ma adattando materiali e colori reperiti nella modesta falegnamenia del padre egli ha iniziato a dipingere la natura, gli animali, gli uomini e le donne che sentiva appartenere ad un mondo che come il suo rimaneva incompreso ai più, giudicato “minore”, misero e superato dal quel progresso che oggi ben sappiamo nascondere mille insidie sotto la facciata.
A questo periodo dobbiamo il ritratto debba madre, del padre, dei nonni, i quadri che riprendono i luoghi conosciuti e le facce dei contadini simili a maschere antiche colte nell’attimo in cui mostrano la loro immagine più vera, in quella infinitesimale frazione di tempo nella quale ognuno si sente un tutt’uno con la natura, con l’universo, con quel Dio di cui tutti parlano senza conoscerlo abbastanza e che in questi quadri pare sprigionare il suo alito, la scintilla che dalla parte più profonda e recondita del cuore prende corpo e sprigiona la vita.
Nelle sue rappresentazioni Domenico Molinari ha ridisegnato la civiltà contadina ripulendola di quella crosta stantìa e non sempre veritiera creata da certa letteratura e ridandogli una luce nuova facilmente riscontrabile nei tratti, nelle pose, negli occhi e negli stessi volti di quei suoi contadini.
Queste figure paiono trasmetterci una dignità ed una consapevolezza che prende corpo solo dalla forza dell’umiltà e dal quel percepire il continuo divenire come indispensabile e mai scindibile fattore su cui baia l’essenza stessa del mondo.
Il XX secolo ha segnato profondi cambiamenti nell’arte e nel modo di interpretarla e concepirla, eppure non possiamo non sottolineare l’inutilità di certe ricerche e di certi tentativi che finalizzati ad individuare nuovi linguaggi, inevitabilmente, hanno completamente fallito nel dire qualcosa.
La pittura, la scultura, la musica, l’arte in genere non è che un mezzo per comunicare, un metodo per trasmettere ciò che si ha dentro ma in molti casi il linguaggio utilizzato non ha saputo adempiere al suo compito surclassando l’idea di ciò che si andava a rappresentare per divenire semplice forma che, ben al di là dell’astratto, è risultata incomprensibile e vuota.
Molinari non ha mai ceduto a simili tentazioni, anzi rimanendo aggrappato ad un linguaggio “antico” (i suoi riferimenti sono riscontrabili nel Caravaggio ed in molta arte del Seicento italiano e Spagnolo) egli ha scavato, senza mai cadere in un’inutile manierismo, nella natura degli uomini, nei misteri della vita e dell’universo e nei suoi meccanismi mai completamente compresi ma soprattutto mai completamente condivisi.
Un grande fotografo prova centinaia di scatti prima di giungere a quello giusto, prima di tirare fuori quell’unica foto che li racchiuda tutti; nelle opere di Molinari, invece, questa operazione pare riuscire al primo colpo.
I suoi occhi e le sue mani sembrano muoversi con naturalezza quasi irreale per scavare nella materia fino a scoprirne la primordiale vitalità, la purezza dei sentimenti che la animano e che si muovono sotto pelle seppure in apparente staticità.
Si guardi al ritratto della madre e si vedrà l’austerità del carattere. Si guardi alla “Falegnameria” ed al ritratto del padre e si vedrà la bontà d’animo ed il desiderio di trasmettere all’apprendista i segreti del suo “nobile” mestiere. Si guardino i ritratti dei nonni e si vedrà una saggezza ed una pacatezza che ha un sapone antico. Nei volti delle contadine e nelle scene rupestri pare respirarsi l’odore del fieno e dell’erba appena bagnata e nei tratti di quelle donne, nei bambini che mostrano e sorreggono tra le braccia con orgoglio, nei loro gesti che rispecchiano la quotidianità non è difficile riscontrare la stessa beatitudine di certe madonne rinascimentali. Questo ed altro ancora si sprigiona dalle opere giovanili di Domenico Molinari ed il tutto pare bene concentrarsi e sintetizzarsi nel quadro prodotto in copertina. In esso, ad altezza quasi naturale, vengono riprese tre donne, una madre e le due sue figlie, in una posa quasi statuaria che poco o niente lascia al movimento. Formano un gruppo, eppure, prese singolarmente ben potrebbero rappresentare un’opera a sé. L’una è abbracciata all’altra ma senza calore, senza coinvolgimento, quasi a sottolineare che pur tra i tanti in fondo ognuno è solo con se stesso. L’opera ruota e fa perno sulla figura centrale: una ragazza, la più giovane delle tre, il cui sguardo sembra posarsi lontano con le linee del corpo che acerbe paiono appena accennansi sotto l’abito a sacco di un verde antico e tenuissimo. I Volti sono duri e spigolosi come le pietre e immobili come da un’eternità, ma in quella staticità ben si legge il fluire delle cose che scorre sotto ogni superficie.
Quei volti contengono le gioie e i dolori del mondo, raggruppati in un tutt’uno e riposti, come in un fazzoletto bianco, nell’angolo più buio e nascosto del cuore e quelle labbra serrate paiono urlarci: anche noi sappiamo, anche noi abbiamo compreso delle stagioni che muoiono in fretta e del breve battito nel quale si consuma un respiro.
E come loro anche l’autore ben conosce quel battito, quell’attimo che fugge, quel perpetuo divenire che da corpo alba vita.
Da questa consapevolezza egli ha intrapreso la strada, da questo sentire sono venuti i suoi quadri ma, fatto ancor più importante, da qui sono scaturite le sue scelte, da qui nascono la sua irrequietezza e quel suo modo di vivere libero che lo rendono ancor oggi un essere speciale, un uomo non comune, e che in un lungo peregrinare lo hanno portato ad un continuo girovagare per il mondo.
E’ dunque a questo periodo che dobbiamo una sostanziosa produzione artistica ma anche la formazione di quel carattere, forte e anarchico, che contraddistingue la personalità di Domenico Molinari.
Al termine di questa fase, stretto dall’ambiente e mosso da quel fuoco a cui abbiamo accennato, egli ha iniziato a muoversi in una ricerca che lo portasse sostanzialmente verso se stesso e che gli rendesse compiuto il suo destino.
Infatti, dopo alcuni tentativi consumati a Napoli e Roma, poco più che diciottenne lo troviamo già a Firenze ed èqui che si apre un nuova fase della sua vita.
Partito da Laurenzana con pochi spiccioli nelle tasche, appena i soldi per il biglietto ferroviario, approda in una delle città più belle del mondo ed inizia a conoscere il fascino e la durezza debba vita di strada.
Vende i suoi quadri ai passanti e ai turisti, vive di espedienti, occupa una casa diroccata di proprietà del comune e solo alla fine di un lungo periodo riesce ad aprire una piccola bottega d’arte che ben presto andrà distrutta in seguito ad un incendio provocato da una stufa dimenticata accesa.
Sarà di nuovo la strada ed il precipitare in una situazione difficile.
Colto da broncopolmonite dovrà essere il padre ad andare a riprenderlo per riportarlo a casa.
Ma ben presto, nonostante le insistenze delle persone care, lo ritroviamo di nuovo in movimento; ancora a Roma e poi a Parigi con in tasca un unico biglietto su cui era appuntato l’indirizzo lasciatogli da un’amica che, tra l’altro, smarrisce nel corso del viaggio e mai più ritroverà.
Ancora una volta sarà la strada ad accoglierlo, ancora una volta saranno i passanti ed i turisti ad acquistare i suoi lavori ed a permettergli di vivere.
Ed è sulla strada che conoscerà un ricco signore che gli commissionerà una serie di disegni, realizzati per economia sui cartoni ricavati dalle scatole delle scarpe, e che presumibilmente verranno destinati ad una catena di Grandi Magazzini.
Con quell’ordine arriverà anche un invito a trasferirsi in America che egli, rispondendo al richiamo della sua natura nomade, accetterà di buon grado e che in breve lo porterà sulla nave diretta a New York.
Questa volta l’indirizzo non andò disperso ma le condizioni che lo aspettavano non erano certo le migliori. Una stanza di tre metri per tre nella quale doveva vivere e realizzare i suoi lavori mediante l’utilizzo di una vernice acrilica a spruzzo che in quella situazione non poco minava la sua salute.
Per non più di dieci giorni resistette in quella nuova condizione da catena di montaggio per poi darsi, ancora una volta, alba “macchia”, per ancona una volta tornare alla vita ed alla strada che sentiva essere la sua casa. In breve tramutò, così come aveva fatto con il francese, il suo dialetto in inglese e fu di nuovo tra i bassifondi, tra i dimenticati, tra gli sconfitti, i piccoli delinquenti e le donne da marciapiede.
E come per i contadini debba sua infanzia anche quello spaccato di società divenne il soggetto ossessivo dei suoi quadri e di quel suo particolarissimo linguaggio fatto non di parole ma di colori, di segni e di materia trasformata in forma.
Ma mangiare e fare arte non ha mai rappresentato un connubio facilmente realizzabile e quando tutto ciò diventa insostenibile bisogna aguzzarsi e spremersi per attivarsi in una soluzione che diventi giusto compromesso tra le due cose.
E questo compromesso Domenico Molinari lo ha cercato e trovato in un’idea che, semplice e scontata, è risultata, come sempre avviene, innovativa e geniale.
Egli ha pensato a dei quadri che fossero delle sculture, dei bassorilievi facilmente riproducibili. L’innovazione ed il gesto artistico stava nella tecnica e nella creazione del calco e la praticità nella possibilità delle infinite riproduzioni che questo permetteva.
Dunque, con questa nuova idea che gli frullava per la testa, dopo circa due anni dal suo arrivo lasciò New York e fu di nuovo alba volta di Parigi e della collina di Montmartre, dove quella nuova tecnica, individuata sotto il nome di “sculpturalisme”, venne messa in pratica e non tardò a dare i suoi frutti.
Un capitolo a parte potrebbe essere dedicato a questa sua produzione artistica ma qui preferiamo soffermarci e sottolinearne un unico aspetto che a noi pare il più esplicativo ed importante.
Con questa idea Domenico Molinari non ha fatto altro che rimarcare le orme di tanta arte del Novecento che per sopravvivere a se stessa e ad un mercato “impazzito” e di élite ha dovuto reinventarsi un ruolo ben presto sfociato nelle litografie, nelle stampe e nelle riproduzioni di serie.
Alle macchine egli ha sostituito la sua manualità ed anche nella ripetitività i suoi lavori non hanno mai perso quel valore intrinseco determinato dal gesto creativo che sta loro alla base.
Si guardi alba “Notte della Crocifissione”, al “Messaggio Eterno”, alle sue “Vele Solitarie” albe sue “Regate” ed ai suoi “Cavalli” e pur nelle centinaia di riproduzioni si vedrà la grandezza di quel tratto iniziale, la potenza di quel linguaggio che solo l’arte sa trasmettere, la bellezza del segno e dei colori che delicatamente spruzzati sembrano cadere dall’alto e posarsi con dolcezza sulla materia appena plasmata. Sotto l’aspetto pratico l'inventarsi questa nuova tecnica fu per Molinari come l’aver scoperto l’uovo di Colombo.
Quei suoi lavori colpivano l’osservatore e si vendevano con tale facilità che ben presto quel travagliato periodo fatto di costrizioni e ristrettezze svanì per lasciare il posto a ben altre possibilità economiche.
Ma anche quella stabilità sembrò non intaccare il suo carattere e la sua natura assolutamente libera ed al di fuori di ogni schema. Sempre di più, a quello che era un aspetto puramente commerciale egli ha contrapposto la realizzazione di opere (uniche e dipinte ad olio come quelle giovanili) che nascono da un bisogno interiore e che mai cedute affollano la sua casa, come brandelli di anima tirati fuori da un nero cilindro e riposti con cura in un angolo buio non a tutti accessibile.
Armand Felsen, Presidente dell’Associazione “Talenti di Francia e del Mondo”, in una sua nota così descrive il nostro artista:
"...egli è tutto intero nel suo autoritratto che esprime la sua natura inquieta, la volontà feroce ed indomabile; il suo sguardo chiaro, intenso e dubitativo, scruta ed interroga l’universo che per lui sembra non avere più misteri....".
Ed anche per noi questo è il Molinari più vero: mescolato al paesaggio di Montmartre o tra le montagne della natia Laurenzana egli non cambia.
Trasandato, per niente avvezzo alle regole ed ai protocolli comportamentali non è difficile immaginarlo nel disordine del suo atelier Parigino, tra i colori ed i bidoni d’olio e d’essenza, con l’immancabile sigaro stretto tra i denti e quel suo sguardo lucido e tagliente.
Egli è un solitario, uno straordinario “animale” solitario che muove i suoi passi su un sentire anarchico, teso non già a capovolgere i sistemi politici ed organizzativi ma a ridare vigore a quell’immagine della natura perfetta e consequenziale che non di rado, mal interpretata dall’uomo, viene trasformata in gratuita crudeltà ed ingiustizia.
Questo e solo questo è il Molinari che noi conosciamo ed amiamo e che in ogni suo quadro ci rimanda ad un mondo migliore, ad un diverso orizzonte.
Laurenzana, 30 Giugno 2002
Roberto Zito
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